Pubblicazione

Lo scrittore solitario [Narrativa anti-coronavirus #04]

Narrativa anti-coronavirus

Questo racconto breve fa parte del progetto Narrativa anti-coronavirus: racconti gratuiti per superare la pandemia. Si tratta di un’iniziativa per distrarci, rilassarci un po’ e non pensare alla situazione in cui siamo. Per divertirci, anche. Tutti i racconti sono ideati, scritti e pubblicati durante queste giornate, appartengono a generi diversi, ma come elemento costante hanno l’ambientazione: sono tutti ambientati entro i confini di una casa.
Piccolo disclaimer: a causa della rapidità di scrittura e pubblicazione sul sito, nei racconti possono esserci imprecisioni, refusi e quant’altro. Me ne scuso, cercherò di sistemarli nelle revisioni future. Spero possiate comprendere la situazione.

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LO SCRITTORE SOLITARIO

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La casa in montagna non gli piaceva affatto. C’erano spifferi, freddo e umido, la connessione Internet faceva acqua da tutte le parti e l’anima viva più vicina era il vecchio benzinaio sulla provinciale. Sergio era un tipo da città, il massimo del contatto con la natura che di solito si concedeva erano le vacanze estive al mare. In qualche isola tropicale. In un villaggio turistico con connessione in fibra ottica e tutti i comfort. Eppure non aveva il coraggio di separarsi da quell’abitazione, apparteneva alla sua famiglia da generazioni. Probabilmente lui era il primo dell’albero genealogico a non adorare quel posto. Comunque, nessuno se ne sarebbe potuto lamentare. Non più ormai. Era rimasto solo lui.
Infilò la chiave nella serratura e fece un paio di giri per chiudere. Lanciò il mazzo nel portaoggetti sul tavolino vicino all’ingresso, il tintinnio del metallo sul vetro risuonò nel silenzio. Trascinò il trolley in mezzo al salotto, poi lo lasciò appoggiato allo schienale del divano. Si guardò intorno, rendendosi conto di non ricordare esattamente quando fosse stata l’ultima volta che era stato lì. Forse con Valeria? Forse. Anche se non riusciva proprio a rammentare se fosse avvenuto prima o dopo il divorzio. Non che a quel punto avesse più importanza.
Sergio tolse la tracolla porta computer, aprì la zip e tirò fuori il portatile. Lo depositò con delicatezza sul tavolo, frugò nella borsa e tirò fuori le buste che aveva portato con sé. Dentro, ripiegati in tre, c’erano i numerosi solleciti che aveva ricevuto via email dal suo editore per la consegna del suo nuovo romanzo. Il più recente, perentorio, gli intimava di rispettare l’ultima proroga, pena la rescissione del contratto e le conseguenze legali correlate. Sergio sbuffò, dispose i fogli sulla bacheca di sughero alla parete della cucina e li fermò con vecchie puntine. Fece un passo indietro per ammirare il risultato poi, soddisfatto, andò a spalancare le finestre delle varie stanze, l’aria fresca lo investì immediatamente, diffondendo dentro l’abitazione, come se non avesse aspettato altro che quel momento.
Non gli piaceva affatto quella casa, ma se voleva avere una speranza di concludere in tempo e non perdere la faccia di fronte al suo editore, doveva immergersi proprio in quell’ambiente. In parte perché l’isolamento avrebbe, sperava, favorito la concentrazione, in parte perché Gemma, la protagonista del suo libro, viveva proprio in quella casa.

Lo schermo bianco lo fissava. Il cursore lampeggiava ritmicamente, Sergio non lo perdeva di vista un secondo, gomiti sul tavolo e mani intrecciate sotto il mento. Alla sua sinistra una tazza di caffè andava raffreddandosi. Scrivere era un lavoro solitario, almeno in parte, e lui era abituato a stare solo con sé stesso. Gli piaceva la propria compagnia. Quello che non apprezzava era non riuscire a lavorare. Era bloccato nel suo appartamento al sesto piano in città e si ritrovava punto e a capo a milleduecento metri di quota, in baita.
Si alzò, prese la tazza e iniziò a bere il caffè. Si spostò dalla zona giorno alla zona notte, attraversando il breve corridoio su cui si affacciava il bagno e andando a dare un’occhiata alle camere da letto. In quella più grande, il trolley era poggiato su una sedia, aperto, ma con ancora tutti i vestiti ripiegati all’interno. Dalla finestra intravide il panorama sulla valle, i fianchi delle montagne, il susseguirsi delle nuvole all’orizzonte. Cosa ne avrebbe pensato, Gemma, di quella vista? Cosa avrebbe sentito, dentro di sé? Sergio non sentiva molto, se non la mancanza di un buon whisky. Per quanto ci avesse pensato sopra a lungo, non era proprio il periodo di concedersi di bere. Doveva restare concentrato, doveva scrivere di quella ragazza che aveva battezzato come Gemma e a cui aveva prestato la casa della sua famiglia come abitazione. Renderla viva. Facile a dirsi. Specie perché era appena agli inizi del lavoro e la scadenza che gli era stata imposta era troppo vicina.
Sergio iniziò a guardarsi intorno e si domandò cosa stesse vedendo la giovane in quel momento. Su quale dettaglio si sarebbe focalizzata? Quel quadro c’era anche nella sua casa, o magari lei ci aveva appeso un’altra decorazione? Sapeva di poter scegliere qualunque cosa, di avere il potere totale di fare quello che voleva, di farle fare quello che voleva, ma doveva calibrare bene le parole. Darle una parvenza di realismo, almeno, far dimenticare al lettore per un momento che si trattava in fondo solo di uno stupido libro. Cercò di immergersi nella casa, nella solitudine che provava, per trasmetterla a Gemma e alla sua, di casa, per poterla dipingere al meglio.
Tornò al tavolo, controllò la scaletta e gli appunti del romanzo, decise di saltare il capitolo in cui si era incastrato e passò a quello successivo. Riguardò per un secondo le note che aveva sistemato sul taccuino, finì di bere il caffè e iniziò a digitare. Continuò per ore, finché gli occhi non divennero così pesanti che era diventato impossibile continuare a osservare le parole che stava componendo.

Sputò nel lavandino, bevve altra acqua, la agitò all’interno della bocca e sputò di nuovo. Passò sotto il getto la testa dello spazzolino, con le dita allargò un po’ le setole per pulire meglio. Lo scrollò un paio di volte poi lo infilò dentro il bicchiere di plastica verde a lato del rubinetto. Sergio si risollevò e buttò fuori una bestemmia quando con la testa colpì forte il mobiletto dello specchio. Una fitta di dolore si diffuse dentro di lui, diede uno sguardo al mobile scuotendo la testa. Una goccia rossa precipitò sul lavello sottostante, si aprì nel bianco della ceramica.
“Ma che cosa?”
Istintivamente si portò una mano dietro la testa, sentì dell’umido e quando riportò le dita davanti agli occhi queste erano macchiate di sangue. Corrugando la fronte si avvicinò al mobile e notò un piccolo chiodo sporgente, vecchio di chissà quanto, ritorto su sé stesso. La punta era bagnata, una goccia scivolò di nuovo verso il basso, un’altra corse lungo il chiodo, arrivò fino al termine e lì restò, incapace di cadere. Per un attimo a Sergio sembrò quasi che tornasse indietro, verso il legno del mobile. Scrollò la testa, disorientato.
«Maledizione, stupida vecchia casa. Schifosa stupida vecchia casa.»
Sergio aprì di nuovo l’acqua, la raccolse con le mani e se la passò sulla ferita. Il liquido freddo gli colò nella nuca, nel collo, attraverso la schiena, strappandogli brividi. Bagnò la zona in cui si era tagliato finché non si sentì abbastanza soddisfatto e intorpidito dal gelo dell’acqua, poi ci passò l’asciugamano sopra. Aprì l’armadietto, prese una scatola di cerotti, ne controllò la data di scadenza, fece una smorfia vedendo le cifre di tre anni prima, pescò comunque un cerotto e se lo applicò alla ferita. Sbadigliò, richiudendo l’armadietto e spegnendo la luce del bagno.

Il cursore procedeva spedito nella schermata del software, lettere e parole apparivano di fronte allo sguardo fisso di Sergio. Segni, parole, concetti prendevano la strada dal cervello alle sue dita che ballavano sui tasti, da essi fino al cervello elettronico del computer che glieli mostrava all’istante. Era una comunicazione diretta, un flusso del quale aveva ripreso finalmente il ritmo. Quando succedeva, il tempo smetteva di esistere.
«Ehi, cos’è questo ticchettio?» domandò una voce femminile.
La danza sui tasti terminò all’istante, il cursore frenò bruscamente e lampeggiò, in attesa, come sempre. Sergio era bloccato nella posizione, seduto, mani sulla tastiera, occhi spalancati e orecchie allerta. Chi diavolo aveva parlato?
«Ehi, dico, c’è qualcuno in casa? Sappiate che non ho paura e so difendermi benissimo anche da sola» continuò la voce.
Lo scrittore girò lentamente la testa, dietro di lui non c’era nessuno. Da dove proveniva la voce? Sembrava molto vicina. Sergio si alzò, reggendosi alla sedia.
«Chi è là? Chi ha parlato?» domandò.
In risposta udì dei passi avvicinarsi e dopo qualche secondo, dal varco del corridoio vide apparire la sagoma di una ragazza. Capelli lunghi rossi a coda di cavallo, occhi azzurri, t-shirt bianca con su scritto “There is no planet B” e jeans. Tra le mani stringeva il bastone dell’armadio, quello per portare i vestiti all’appendiabiti superiore. Incrociò il suo sguardo e puntò l’arma improvvisata verso di lui. Sergio era paralizzato. Non poteva essere vero.
«Chi sei tu? Che ci fai in casa mia?» chiese la ragazza, cercando di mantenere saldo il tono di voce.
«Gemma?» riuscì solo a bofonchiare lo scrittore.
«Co… Come fai a conoscere il mio nome? Mi stai spiando? Sei un fottuto stalker di merda?»
La ragazza fece un passo avanti, brandendo il bastone, ma Sergio si allontanò indietro, alzando le mani.
«No, no, calma, non sono uno stalker. E questa non è casa tua, è casa mia
«Non dire scemenze, bello. È casa mia, saprò pur riconoscere casa mia, o no?»
Sergio si strinse nelle spalle, la ragazza prese a guardarsi attorno, passando da un oggetto all’altro della stanza.
«Quello non c’era prima. Perché hai cambiato il mio quadro?» disse indicando con un gesto del mento un dipinto che era stato realizzato dalla nonna di Sergio.
«Quello c’è sempre stato, Gemma. Non ho cambiato nulla. O meglio, l’ho cambiato per te, ma…»
«Ma?»
«Niente, non ci sto capendo più nulla. Probabilmente sto ancora sognando. Era troppo bello scrivere così velocemente, doveva esserci l’inghippo.»
«Non capisco di cosa tu stia parlando, ma ti voglio fuori da casa mia ora!» esclamò Gemma, avanzando ancora.
Sergio di riflesso continuò ad andare indietro, fino a sbattere contro i mobili della cucina. La ragazza ora era a pochi passi da lui, proprio a lato della sedia in cui lui era seduto quando l’aveva sentita la prima volta. Lì dove stava lavorando con così tanta soddisfazione prima che un personaggio della sua fantasia irrompesse nel fottuto reale e concreto soggiorno di casa.
«Senti, calmati, parliamone. Io mi chiamo Sergio e sono confuso quanto te. Fidati, probabilmente pure più di quanto lo sia tu.»
Doveva concentrarsi, che fosse un sogno o meno la giovane di fronte a lui era un parto della sua mente. Doveva necessariamente sapere come trattarla, no?
«Ti va una tazza di caffè? Ci sediamo e facciamo un attimo il punto della situazione, ok?»
La ragazza annuì, ma mantenne la presa sul bastone. Abbassò lo sguardo sul computer e osservò lo schermo. Sergio vide la sua fronte corrugarsi, la testa inchinarsi verso le scritte presenti, le labbra schiudersi.
«Cosa diavolo…» iniziò la giovane.
«Già.»
«Cosa… Perché c’è scritto quello che stavo facendo cinque minuti fa, qui?»
«Be’, Gemma, ecco, perché l’ho scritto io, proprio cinque minuti fa.»

Sorseggiavano il caffè in silenzio, guardandosi l’un l’altra dai due lati opposti del tavolo cercando di scoprire nel volto altrui la soluzione al problema. Lo scrittore non riusciva ancora a credere di avere Gemma di fronte a sé. Quando le aveva passato la tazza era riuscito a sfiorarle le dita e il contatto lo aveva sconvolto. L’aveva toccata. Aveva toccato una persona che aveva inventato di sana pianta. Aveva percepito la delicatezza della sua pelle, avvertito la freschezza del profumo dei capelli, sentito il fiato su di lui mentre lo ringraziava. In quel momento, così vicini, Sergio aveva anche sentito un formicolio in mezzo alle gambe. Del resto, fisicamente aveva costruito Gemma con tutti i dettagli che preferiva nelle donne, l’aveva resa il suo ideale di bellezza femminile. Aveva fatto subito qualche passo indietro andando a rifugiarsi al tavolo, sperando di non essere stato notato.
«Quindi, riesci a spiegarmi qualcosa di tutto questo casino?» chiese lei.
«Onestamente? No, ne capisco quanto te. So solo che tu non dovresti esistere, ecco.»
«Bello sentirselo dire, eh. Delicatissimo.»
«Ehm, sì, scusa, è che non ti insegna nessuno come dialogare con un tuo personaggio.»
«Io non sono un tuo personaggio. Io sono viva!» esclamò Gemma picchiando sul tavolo.
«Tu sei un mio personaggio. E sei anche viva. A quanto pare. Per quanto folle questa cosa sia.»
«Folle è folle, su questo siamo d’accordo. Non riesco ancora a capire come tu abbia fatto a entrare in casa mia
A Sergio venne un’idea. Insensata, probabilmente, ma nella situazione in cui si trovava qualunque idea andava bene. Specie perché non era nelle condizioni di riflettere con chiarezza, con un personaggio inventato di fronte e la testa che iniziava a dolergli.
«Se questa fosse davvero casa tua, perché ci sono così tanti elementi che non ti tornano?»
«Non lo so… Li avrai cambiati tu.»
«Per quale motivo, scusa?»
«Non lo so, sei pazzo forse.»
«Il quadro che hai notato. Il computer, che mi dici del computer?»
«Non è mio di sicuro, non ne possiedo uno, l’hai portato qui dentro tu.»
Lo scrittore si alzò, fece cenno con la mano alla ragazza di seguirlo. La sentì alzarsi dalla sedia e afferrare ancora il bastone. La anticipò fin davanti alla porta d’ingresso.
«Ecco» disse.
«Cosa? Che cosa, ecco?» ribatté Gemma.
«Il portachiavi nel tavolino, guardalo.»
La ragazza andò di fronte al portaoggetti, chinò lo sguardo e poi rivolse gli occhi azzurri verso di lui.
«Dove hai messo le mie chiavi, bastardo?»
«Non ci sono! Non ci sono le tue chiavi, perché qui, in questa casa, ci sono le mie chiavi! Mi segui?»
«No, decisamente no.»
«Vieni.»
Le prese la mano libera dal bastone, lei oppose resistenza, ma Sergio si girò a guardarla.
«Non voglio farti del male. E poi se tu quella armata, no?»
«Posso spaccarti la testa quando voglio, sai?»
«Oh, credimi, lo so» rispose lui, sorridendo.
«Perché sorridi?»
«Perché sei esattamente come ti ho immaginata. Bella e forte come le migliori donne che abbia conosciuto.»
Come si aspettava, a quella frase lei lo guardò con un’espressione truce, si divincolò dalla stretta di mano e con un cenno della testa gli indicò di andare avanti.
Sergio attraversò la sala, il corridoio e svoltò dentro la camera da letto piccola. Quella che, nella finzione narrativa, era la camera da letto di Gemma, dato che in quella grande lei aveva allestito il suo studio di pittura. Sergio aprì la porta e si spostò di lato.
«Cosa vedi, Gemma?»
«La mia stanza. Ma è vuota, spoglia.»
«Eri qui quando mi hai sentito scrivere al computer?»
«Sì… Ma non ci avevo fatto caso prima, che fosse così. Ho afferrato il bastone dall’armadio e mi sono precipitata fuori. Pensavo fossi un ladro.»
«Non sono un…»
«Il mio studio!»
Sergio non riuscì a finire la frase, perché la ragazza uscì di tutta fretta dalla stanza e andò spalancare la porta dell’altra camera da letto.
«Ma che cazzo…» la sentì mormorare.
Lo scrittore arrivò lentamente sulla soglia, Gemma aveva lasciato cadere a terra il bastone, guardandosi attorno spaesata.
«Dove? Dove sono finiti i miei quadri? Dove li hai messi, brutto bastardo, dove, dove?»
Sergio rimase immobile mentre quella furia dai capelli cremisi andava da una parte all’altra della stanza, urlando, gettando gli oggetti in aria o a terra e, infine, arrivandogli addosso, picchiandolo sul petto, le lacrime agli occhi, il fiato rotto. Rimase immobile mentre lei gli si appoggiava sopra, tremante e singhiozzante.
«Dove hai messo tutto il mio mondo, bastardo, dove?» gli chiedeva.
Sergio l’abbracciò, una mano sulla nuca, l’altra sulla schiena.
«Il tuo mondo è dentro di me, piccola.»
La sentì ricambiare l’abbraccio, timidamente le sue mani si posarono dietro di lui, all’altezza della vita.
«Perché una parte di me si sente al sicuro a contatto con te? Perché, se non ti conosco affatto?» domandò la ragazza, ritrovando fermezza nella voce, diretta, senza più lacrime agli occhi.
«Perché io conosco te, ti conosco molto bene. E credo che, in tutta questa assurda follia, tu sappia che io ti conosco. Tu sappia chi sei davvero.»
Sergio sciolse l’abbraccio, tenendo la ragazza per le spalle, guardandola negli occhi cercando di assumere l’espressione più rassicurante di cui fosse capace. Non che fosse mai stato un gran consolatore, Valeria ne sapeva qualcosa. Nello sguardo color del cielo di Gemma vide emergere una consapevolezza, un’idea, un’intuizione. Ecco, forse il personaggio stava per dare retta allo scrittore. Poi la ragazza parlò, ma Sergio non afferrò subito il senso di quella parola.
«Dalì!»
La presa sulla ragazza venne meno, la vide correre fuori dalla stanza, udì i passi pesanti attraverso il corridoio, il tintinnio delle chiavi sul portaoggetti in vetro.
«No, aspetta Gemma, qui non c’è nessun Dalì! Non c’è nessun cane!» urlò Sergio uscendo dalla stanza.
Dall’altro lato del corridoio, la ragazza infilò la chiave nella serratura e girò un paio di volte. Lo scrittore avanzò a grandi passi, verso la chioma rossa, verso la sua creazione.
«Fermati, Gemma! Non c’è nessun Dalì!»
«Dalì è lì fuori, lui deve essere lì fuori!»
Sergio vide la porta aprirsi, la luce del sole illuminare l’ingresso. La ragazza si voltò un secondo a guardarlo, gli sorrideva.
«Se trovo Dalì, tutto andrà al proprio posto.»
«Non c’è…»
La frase morì nella gola di Sergio. Sotto i suoi occhi Gemma avanzò oltre la porta di ingresso della casa e scomparve. Lo scrittore ondeggiò, perse l’equilibrio e cadde in ginocchio in mezzo alla sala. Davanti a lui la porta aperta lasciava entrare aria fresca nel salotto. Di Gemma nessuna traccia, l’attimo prima era lì, l’attimo dopo, appena varcata la soglia, si era dissolta come una bolla di sapone. Sergio rifletté, anche se si sentiva piuttosto confuso e la mente fosse come annebbiata. Riuscì a ripensare a cosa aveva già scritto e cosa ancora non aveva scritto, nel romanzo. Nella stesura attuale, la ragazza non era ancora mai uscita dalla casa. Aveva senso? Non riusciva a capirci nulla.
Sergio si rialzò aiutandosi con le mani e fece qualche altro passo in avanti, il portachiavi ondeggiava al vento attaccato alla serratura della porta. La luce proveniente dall’esterno gli sembrava meno intensa ora, come se qualcuno avesse ridotto l’intensità del sole. Cosa gli stava succedendo?
Ai margini del suo sguardo comparvero bagliori, piccoli punti brillanti di grigio e argento. La testa gli girava, tutta la stanza gli danzava attorno, o forse era lui a ruotare attorno alla stanza. Sergio fece altri due passi, si ritrovò sulla soglia della porta di casa. Inspirò a pieni polmoni l’aria fresca della montagna, gli venne un conato.
«Dov’è? Dov’è la mia Gemma?»
Un velo nero scese di fronte a lui. Sergio ondeggiò ancora una volta e precipitò giù a terra.

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