Pubblicazione

Il meteo dice zombie [Narrativa anti-coronavirus #03]

Narrativa anti-coronavirus

Questo racconto breve fa parte del progetto Narrativa anti-coronavirus: racconti gratuiti per superare la pandemia. Si tratta di un’iniziativa per distrarci, rilassarci un po’ e non pensare alla situazione in cui siamo. Per divertirci, anche. Tutti i racconti sono ideati, scritti e pubblicati durante queste giornate, appartengono a generi diversi, ma come elemento costante hanno l’ambientazione: sono tutti ambientati entro i confini di una casa.
Piccolo disclaimer: a causa della rapidità di scrittura e pubblicazione sul sito, nei racconti possono esserci imprecisioni, refusi e quant’altro. Me ne scuso, cercherò di sistemarli nelle revisioni future. Spero possiate comprendere la situazione.

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IL METEO DICE ZOMBIE

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La giornalista salutò, raccolse i fogli sparsi sulla scrivania, sorrise e poi diede la linea alle previsioni del tempo. Nel televisore l’immagine cambiò, apparve la solita grafica rappresentativa della nazione affiancata dall’altrettanto solito tenente nella sua certamente solita divisa ben stirata. Gregorio sbadigliò e andò a posare la tazzina del caffè nel lavello.
«Come potete vedere, precipitazioni abbondanti nel nord e nel centro della penisola. Al sud si attende una giornata nuvolosa, ma non piovosa. Stessa situazione sulle isole. Le temperature medie sono in leggero rialzo» comunicò il militare.
«Ce ne siamo già accorti, grazie» rispose Gregorio, facendo scorrere l’acqua e passando lentamente le dita sul fondo della tazzina.
«E ora, il consueto bollettino riguardante le resurrezioni odierne» continuò la voce dal televisore.
A sentire quelle parole, l’unico motivo per cui aveva messo sul telegiornale, Gregorio chiuse l’acqua e si girò verso lo schermo. Reggendosi al ripiano con una mano concentrò lo sguardo nella tabella che veniva trasmessa in tutto il territorio nazionale. Sistemò meglio gli occhiali sul naso, strinse gli occhi, la sua vista decisamente non era più la stessa di quando era giovane. Poi lo vide, tra le righe, il nome del suo paese. Nella colonna sulla destra un numero, per fortuna basso.
«Aurora! Aurora, vieni, vieni!» urlò alla moglie in soggiorno.
«Che c’è?»
«T’ho detto vieni, e vieni, no?»
«Ohi, aspetta, mica faccio sport, mica.»
Dalla porta della cucina si affacciò sua moglie, anche in casa indossava gli orecchini che le aveva regalato per le nozze d’oro.
«Che c’è? Stavo a far il punto croce.»
«Guarda là, ti dico» rispose Gregorio, puntando un dito rinsecchito verso l’apparecchio.
«Oh Gesù, non dirmelo…»
«Te lo dico, te lo dico. Due in paese da noi ne abbiamo oggi.»
«Sono pochi, no?»
«Sì, sì. Dovrebbero trasmettere la comunicazione del governo a breve.»
Appena Gregorio finì di parlare, la tabella nel televisore fece posto prima a una schermata nera, poi al mezzo busto del premier. L’ormai nota registrazione sulle resurrezioni stava cominciando.
«Signore, signori, buongiorno. Se avete letto il nome del vostro comune nella tabella precedentemente diramata dal telegiornale, dalle previsioni meteorologiche o ci state seguendo in streaming nei nostri canali ufficiali online, allora sapete che nel vostro territorio comunale sono appena risorti dei morti, nel numero indicato dalla tabella che vi abbiamo mostrato. Ci teniamo a dirvi che la nazione vi è vicina in questo momento difficile e vogliamo ricordarvi gli accorgimenti da adottare per superare senza problemi questo piccolo inconveniente.»
«Tesoro…»
«Silenzio, Auro’, fammi sentire.»
«Ma l’hai già sentito mille volte.»
«Sì, ma mica c’era il nostro paesello su quella tabella prima. Mica c’era, eh. Ora ci siamo.»
«Va bene, va bene, testone» chiuse il discorso Aurora, agitando una mano e tornando in soggiorno.
Nel silenzio della cucina, il primo ministro continuava il suo discorso al Paese e, di conseguenza, a Gregorio.
«Vi ricordiamo che questi morti non sono più le persone che avete conosciuto da vive. Dal momento in cui sono usciti dalle tombe, essi sono cambiati. Non hanno memoria, non sono tecnicamente vivi, ma non sono nemmeno più completamente morti. Non cercate in alcun modo il contatto con essi, non accoglieteli, non corretegli incontro.»
«Certo che non gli corro incontro, chi riesce più a correre oggigiorno?» borbottò Gregorio.
«Non cercate di ucciderli, anche se ci assomigliano questi morti non sono come quelli dei film. Ripeto, non cercate di ucciderli. Piuttosto, come ha dimostrato in maniera incontrovertibile la comunità scientifica, un rimedio efficace contro questi esseri è lasciarli morire di fame. L’evidenza sperimentale ha dimostrato che tale risultato è facilmente raggiungibile in poco tempo, variabile a seconda dello stato del corpo.»
«Quindi l’appello del governo…» cantilenò Gregorio insieme al premier.
«…ai comuni interessati dalle resurrezioni nella giornata di oggi è quello di evitare gli spostamenti interni per il tempo necessario. Il mio invito a voi ascoltatori è di rimanere chiusi in casa per qualche giorno, affinché la minaccia passi senza mettere a rischio le vostre vite. Buona fortuna, la nazione è con voi.»
La trasmissione venne interrotta e al posto del volto rassicurante del primo ministro riapparve la tabella precedente. Gli occhi cercarono di nuovo la riga del comune e trovarono conferma nel numero due riportato a lato. Subito dopo partì la pubblicità. Gregorio agguantò il telecomando sul tavolino e premette il tasto rosso. Il nero ricoprì il televisore.
«Confermato, due casi» mormorò camminando lentamente fino al soggiorno.
Avanzò trascinando le pantofole e scaricò tutto il peso sullo schienale della poltrona, appoggiandosi con le mani rugose.
«E insomma, che si fa?» domandò Aurora continuando a lavorare sul punto croce.
«Ce ne stiamo stretti stretti in casa, lo sai. Scendo un attimo giù in cantina per portar su un po’ di provviste.»
«Sì sì, vai, vai.»
Gregorio fece scivolare le mani via dalla poltrona, tossì un paio di volte e si diresse verso il corridoio. Aprì la porta, cercò l’interruttore e accese la luce. Le scale in legno lo invitavano a scendere all’interno di quel mondo umido.
«Ohi, sento già male alle ossa, amore» disse alzando un po’ la voce per farsi sentire.
«Sì sì, vai, vai comunque» rispose lei.
Gregorio scosse la testa e iniziò a scendere i gradini verso il basso.

Aurora era talmente concentrata sul suo lavoretto settimanale che non sentì il rumore proveniente dal giardino. Continuò il ricamo, posando l’ago solo per prendere la tazza e sorseggiare la tisana che si era preparata poco dopo il pranzo. Attraverso gli occhiali dalla piccola montatura dorata controllava il disegno che prendeva forma, immaginandolo completato. Assaporando già la gioia di sua figlia quando glielo avrebbe regalato per il nuovo appartamento nella città in cui si era trasferita per studiare. Aurora era così assorta in questi pensieri, nella complicata pace che le concedeva fare il punto croce, che non si rese conto di essere osservata. Solo quando batterono in maniera scomposta alla porta finestra, lei alzò finalmente gli occhi.
In giardino si agitava uno di quegli orribili zombie. Le mani sporche di marrone colpivano l’infisso, il volto grigio e deforme premeva sopra il vetro, dipingendo su di esso schifezze di saliva e terriccio.
«Oh Gesù, avevo pulito proprio ieri, maledizione» commentò Aurora, posando sul tavolino il ricamo e prendendo la tazza.
Soffiò per raffreddare il liquido mentre si avvicinava. Distante ormai pochi centimetri dal morto vivente, separata da esso solamente dal vetro, riprese a sorseggiare la tisana. Osservava incuriosita i movimenti del mostro, senza capire come potesse anche solo sperare di raggiungerla con il rinforzo al vetro che avevano installato appositamente per quelle situazioni. Si ritrovò anche a studiarne i lineamenti, convenendo che no, non era nessuno che conosceva. Peccato, la Carmela due mesi prima aveva intravisto in strada una sua vecchia zia e quando lo aveva raccontato al circolo tutte ne avevano parlato per giorni. Un morto sconosciuto nel suo giardino di sicuro non avrebbe fatto notizia per più di cinque minuti.
«Ci si abitua alle peggiori stranezze, te lo dico io, te lo dico» disse, rivolta al morto vivente che continuava a cercare di colpire la porta finestra.
«Hai detto qualcosa, tesoro?» domandò alle sue spalle Gregorio.
«Non parlavo con te, sai?»
«Ah, no, e con chi? Oh cavoli, ma ce n’è uno nel nostro giardino!»
«Ancora non l’avevi visto?»
«Be’, ero appena risalito su dalla cantina, avevo un po’ di roba da poggiare.»
«Vieni, vieni.»
Aurora lo sentì avanzare senza sollevare i piedi, le strisciate delle pantofole sul pavimento. Qualche secondo dopo le apparve a destra, mettendole un braccio attorno alla vita.
«Disgustoso» commentò lui.
«Senti, non è che lo conosci, magari?»
«Mmh» mugugnò Gregorio, avvicinandosi un poco al vetro per guardare meglio.
«Guarda bene, eh, è importante.»
«No, sai. Non mi pare. No, perché?»
«Oh, niente.»
«Ma avevi detto che era importante.»
Aurora fece spallucce, si divincolò dall’abbraccio del marito e tornò alla poltrona. Diede un ultimo sorso alla tisana e riprese in mano il punto croce.
«Tutto qui? Riprendi a cucire?»
«E che dovrei fare, scusa? Sto già chiusa in casa, ho fatto il mio dovere.»
«Mi sembra una buona obiezione.»
«Certo che lo è, testone.»
Concentrarsi ora sul disegno era un po’ più complesso di prima, ma già dopo qualche minuto Aurora era riuscita ad allontanare dalla sua mente i lamenti ovattati del mostro che provenivano dal loro giardino. Nel giro di mezzora era di nuovo totalmente assorbita dal lavoretto, solo in parte consapevole degli spostamenti continui di Gregorio dalla cantina alla cucina.
«Mi raccomando, non mettere le cose utili troppo in alto che poi non ci arrivo e mi tocca chiamarti, mi tocca.»
«Eh, già lo so, Auro’, ma quali sono le cose utili e quali no?»
«Stiamo insieme da cinquantacinque anni e ancora non sai la differenza tra cosa è utile e cosa no? Ricordami un po’, perché stiamo ancora insieme, scusa?»
«Perché ci diamo dentro a letto, ovvio!» esclamò Gregorio dalla soglia della stanza.
Aurora non poté fare a meno di scoppiare a ridere, interrompendo il punto croce per portarsi la mano alla bocca.

Il mattino dopo l’essere era ancora lì, a cercare di spaccare i vetri, seguendoli di stanza in stanza, lungo il perimetro della casa. Gregorio la maggior parte delle volte ignorava l’essere, ogni tanto gli mostrava il dito medio, raramente, quando era sicuro di non essere a portata di vista da parte di Aurora, faceva allo zombie le smorfie, la linguaccia, l’occhiolino. Il mostro non reagiva in nessun modo, ovviamente.
Il secondo giorno si rese conto di riuscire a muoversi più velocemente del cadavere ambulante.
«Cos’è, battiamo la fiacca?» gli chiese vedendolo arrancare per raggiungerlo di fronte alla porta finestra che dava sull’orto nel retro.
«Che fai, parli al mostro?» urlò dal soggiorno sua moglie.
«Lo prendo per il culo, tesoro. Io sono qui che faccio i cento metri e lui sembra essere appena stato investito da un camion.»
«Magari è stato davvero investito da un camion.»
«Sta di fatto che sto vincendo io, sai.»
«Sì, sì, ci mancherebbe altro.»
Gregorio agitò la mano per salutare lo zombie, poi la fece schioccare sull’incavo del gomito, piegandolo leggermente.
Il terzo giorno, Gregorio andò in cucina, preparò la caffettiera, accese il fuoco e mentre aspettava accese il televisore e andò ad alzare le tapparelle della porta finestra. Trovò il morto nello stesso identico punto in cui lo aveva lasciato la sera prima. Immobile, a terra, chino sulle ginocchia, le braccia calate verso il basso, la testa si inclinò in avanti nello spazio lasciato libero dalla tapparella e andò ad appoggiarsi sul vetro. La posizione dello zombie resse per qualche secondo, poi il cadavere scivolò di lato, finendo riverso di lato a terra. Nel frattempo il caffè rumoreggiava all’interno della macchinetta.
«È di nuovo morto?» gli chiese alle spalle Aurora.
«Mmh? Sì, parrebbe di sì. Buongiorno, eh. Caffè?»
«Buongiorno, tesoro. Sì, grazie.»
Il vecchio prese le tazzine dallo scolapiatti e versò. In cucina si diffuse subito il profumo.
«Buono, grazie. Che si fa ora con quello?» chiese Aurora indicando fuori dalla finestra col cucchiaino.
«Vado a controllare che sia tutto in ordine, poi chiamiamo i carabinieri.»
Gregorio si alzò dal tavolo e si incamminò. La mano della moglie si posò delicatamente sul suo braccio, in una carezza che l’uomo avrebbe ormai saputo riconoscere a occhi chiusi.
«Attento, mi raccomando» disse lei.
«Certo, come sempre.»
«Dico davvero, testone.»
«Anche io» le rispose lui, stampandole un bacio sulla fronte.
Si incamminò fuori dalla cucina, diretto verso la porta principale.
«Non esci da qui?»
«No, dai, faccio due passi.»
«Bene, te lo dico sempre di muoverti di più» commentò sua moglie, quando Gregorio ormai era nel disimpegno di ingresso della casa.

Aurora stava riponendo la caffettiera nello scolapiatti, quando vide apparire la sagoma del marito nel vano della porta finestra. Lui la stava salutando, quindi lei ricambiò, sorridendo. Richiuse le ante del pensile e in quel momento sentì un verso profondo arrivare dall’esterno. Si girò di scatto, Gregorio era in piedi e indietreggiava disordinatamente, ai suoi piedi lo zombie stava strisciando, cercando di sollevarsi sulle gambe e sulle braccia. La bocca aperta, i denti putridi rivolti verso suo marito.
«Gregorio!» urlò Aurora, sentendo il cuore accelerarle nel petto.
«Stai in casa, tesoro, stai in casa!» rispose il suo amato dal giardino.
Lo vide afferrare una scopa e colpire col manico la testa del morto. A lei arrivarono attutiti i suoni della poltiglia cerebrale che veniva schiacciata a ogni colpo inferto. L’avanzata del mostro non ne veniva comunque rallentata.
«Gregorio, vai via!»
«Sì, sì, eh, mica facile.»
Aurora si precipitò alla finestra, battendo sul vetro.
«Vai via, testone!»
«Ci sto provando, ci sto.»
La donna picchiò un’ultima volta sul vetro, a mano aperta, poi la trascinò verso il basso, occhi dilatati, mentre osservava le mani schifose dello zombie agguantare lo stinco di suo marito.
«Eh no, giù le mani dal mio uomo, schifezza della natura!»
Aurora afferrò la prima cosa che le capitò a tiro, una padella decorata a découpage che era appesa al muro, girò la maniglia della porta finestra e aprì. L’aria fresca del mattino la investì in pieno, ma subito dopo le arrivò anche l’odore di marcio e decomposizione del cadavere che stava per affondare i denti. Dovette trattenere il fiato perché la puzza era troppo forte e le faceva venire i conati e non poteva proprio permettersi di vomitare in quel momento, mentre Gregorio stava urlando come un ossesso menando colpi caotici con il manico della scopa.
Aurora fece due passi e calò con tutta la sua forza la padella sulle ginocchia dello zombie. Sentì un crac, un rumore molto soddisfacente, quindi colpì ancora e ancora, con enfasi.
«Giù! Le! Mani! Dal! Mio! Uomo! Lurida! Bestia!»
Un colpo, una parola, e alla fine le mani artigliate attorno alla gamba di Gregorio lasciarono la presa. L’uomo si divincolò subito con qualche passo indietro, quindi si mise a correre, si fa per dire, verso l’angolo del muro, desideroso di guadagnare la porta di ingresso della piccola villetta in cui abitavano.
Lo zombie rotolò nel pavimento del loro porticato sul retro, rivolgendo gli occhi grigi verso Aurora.
«Oh, non guardarmi con quegli occhi, mostro!»
L’essere in tutta risposta si lanciò in avanti con una velocità che la donna non si aspettava, non dopo così tanti giorni di digiuno e dopo essere stato colpito così tante volte. Le unghie nere del cadavere si aggrapparono alle calze di Aurora, ma fu solo un secondo, la donna fece qualche passo indietro e si liberò. Strap. Nelle mani dello zombie rimasero brandelli di tessuto color carne.
«Cinquanta denari un paio di palle, gliene dico quattro alla Rita, settimana prossima!»
«Forza, Auro’, meno ciance, più corsa!» le urlò Gregorio, apparendo nel riquadro della porta finestra, volto paonazzo e fiatone.
La donna non se lo fece ripetere e si avviò verso la cucina, ma dopo un passo sentì la mano dell’essere prenderla attorno alla caviglia. La forza che la tratteneva era superiore a qualunque previsione, non si sarebbe mai aspettata né la rapidità di poco prima né la determinazione di quella presa.
«Maledetto!» gridò Gregorio rivolto alla creatura, porgendo verso di lei la mano.
Aurora si protese in avanti, le loro dita si sfiorarono per un istante, poi la sua mano proseguì nel nulla assoluto alla sinistra del marito. Tirò con tutte le sue forze la gamba trattenuta, proprio mentre sotto di sé sentiva il digrignare dei denti e un suono come di lingua che schiocca.
«Oddio, oddio, no!» stava urlando l’uomo davanti a lei.
Finalmente, consapevole che dietro di sé si stava spalancando una bocca infernale pronta ad azzannarla, Aurora riuscì a tirare su la gamba quel tanto necessario per calare la scarpa dritta in faccia a quell’essere immondo. Il piccolo tacco premette sul naso, mentre la punta disegnava un triangolo proprio nella fronte del morto. Affondò il piede una, due, tre volte, urlando a ogni colpo, finché quelle sue mani luride lasciarono andare la presa.
Aurora riuscì a muovere di nuovo il piede, si sentì afferrare da dietro e trascinare dentro casa. Con il petto che le martellava, si appoggiò alla porta finestra appena richiusa alle sue spalle.
«Tutto bene, amore?» domandò Gregorio, abbracciandola.
«Tutto bene, tu?»
«Tutto bene. Tutto bene.»
«Testone.»
Rimase così, avvolta nell’abbraccio del marito e allo stesso tempo accogliendolo sul suo petto. Insieme continuarono a restare in quella posizione, facendo rallentare i battiti dei loro cuori.

«Cinque verticale: resina nera» gli chiese Aurora rompendo il silenzio in cucina.
«Mmh, quante lettere?»
«Quattro.»
«Pece?»
«Sì, grazie.»
La guardò segnare la risposta nelle parole crociate poi mettere di nuovo la penna tra le labbra, mano poggiata sotto il mento a sostenere tutte le complesse riflessioni dovute al gioco.
Gregorio si alzò, gettò le bucce delle pere che avevano mangiato a merenda sia lui che lei, poi rivolse lo sguardo fuori dalla porta finestra, nel porticato, al cadavere. Non si era mosso per tutta la giornata. Aveva avuto alcuni spasmi qualche minuto dopo che loro due erano riusciti a rifugiarsi di nuovo all’interno, poi più nulla. Erano passate ore e ore, da quel momento.
«Io credo che adesso sia proprio morto morto» commentò l’uomo.
«Mmh, sì, dico anch’io. Che si fa, si chiama?»
«Sì, stavolta non esco a controllare. Che ci pensino i caramba
«Sì sì, vai, vai.»
Gregorio richiuse la piccola pattumiera dell’umido sotto il lavello e si diresse verso il salotto, dove, se la memoria non l’ingannava, aveva lasciato il cellulare. Lo trovò sul ripiano della cassapanca, lo avvicinò agli occhi più del dovuto e iniziò a digitare una cifra.
«Ehi, già che ci sei!» gridò dalla cucina Aurora.
«Sì?»
«Già che ci sei, quando finisci la chiamata ai carabinieri, non è che ordini le pizze per cena?»
«Certo. Margherita come sempre?»
«Come sempre.»
«Va bene.»
Gregorio completò il numero, portò il cellulare all’orecchio e attese.

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