Pubblicazione

L’amica invisibile [Narrativa anti-coronavirus #06]

Narrativa anti-coronavirus

Questo racconto breve fa parte del progetto Narrativa anti-coronavirus: racconti gratuiti per superare la pandemia. Si tratta di un’iniziativa per distrarci, rilassarci un po’ e non pensare alla situazione in cui siamo. Per divertirci, anche. Tutti i racconti sono ideati, scritti e pubblicati durante queste giornate, appartengono a generi diversi, ma come elemento costante hanno l’ambientazione: sono tutti ambientati entro i confini di una casa.
Piccolo disclaimer: a causa della rapidità di scrittura e pubblicazione sul sito, nei racconti possono esserci imprecisioni, refusi e quant’altro. Me ne scuso, cercherò di sistemarli nelle revisioni future. Spero possiate comprendere la situazione.

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L’AMICA INVISIBILE

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Arrivarono qualche mese dopo essere andati a vedere l’appartamento per la seconda volta. Allora lei indossava una larga gonna floreale, lui era in t-shirt e jeans. L’agente immobiliare quella volta se n’era rimasto in disparte, mentre i giovani andavano in giro qua e là, metro e bloc notes in mano. Il giorno in cui presero ufficialmente possesso della loro nuova casa invece erano vestiti entrambi eleganti, come se fossero appena stati a una cena sontuosa. Probabilmente avevano festeggiato da qualche parte. Se lo meritavano, del resto, nelle settimane precedenti nel trilocale c’era stato un gran via vai di operai, imbianchini, fattorini, consegne di oggetti e mobili, elettricisti e idraulici. Non poteva immaginare per loro stress maggiore di quello e sollievo migliore di una bella cena in un ristorantino romantico. La loro vita insieme stava per iniziare. Giulio e Romina, così le sembrava di aver capito che si chiamassero.
Entrarono in casa poco dopo le ventitré, si guardarono intorno, si abbracciarono un momento e sorrisero. La chioma bionda di lei sulla spalla larga di lui. Una scia di vestiti si formò dall’ingresso fino alla camera da letto.
Silvia li osservava a debita distanza, a qualche centimetro dal soffitto. Non possedere più un corpo aveva i suoi lati positivi, in fin dei conti.

Le cose erano cambiate parecchio, da quando lei era morta. Sia il ragazzo che la ragazza passavano gran parte della loro giornata a guardare uno strano schermo luminoso su cui muovevano le dita. Quando non lo usavano, lo posavano da qualche parte e in quel modo lo schermo diventava completamente nero. Silvia non era certa di aver capito come tutto ciò funzionasse, le piaceva pensare che fosse una specie di televisore portatile. Anche se in realtà di televisore ne possedevano comunque due, uno in salotto e uno in cucina, quindi non aveva proprio idea di come queste cose si conciliassero tra loro. Quando lei aveva perso la vita dentro quelle mura, il massimo della tecnologia era proprio il televisore e anche allora ciò che era solita guardare era in bianco e nero, mentre ora era tutto a colori. La prima volta che lo vide accendersi, Silvia rimase ipnotizzata dalla novità del televisore. Fluttuò verso il pavimento e si piazzò proprio di fronte allo schermo, mentre scorrevano le immagini di quella che sembrava una commedia. Rimase così per tutta la serata, fino a che i due non spensero tutto e andarono a letto.
Con il fatto, piuttosto scomodo, di non avere la facoltà di abbandonare il luogo della sua morte e la brutta faccenda che l’appartamento era rimasto vuoto per decenni, Silvia si rendeva conto di aver perso una buona fetta di progresso. Era stato un brutto colpo alla sua naturale curiosità. Quelle mura erano una finestra sull’esistenza e gli inquilini che lo abitavano il suo unico tramite con il mondo esterno. Prima di Giulio e Romina, l’ultimo abitante era stato uno scrittore squattrinato che stava lavorando al suo nuovo romanzo. Aveva preso in affitto l’appartamento, aveva scritto, si era ubriacato un bel po’ di volte, si era masturbato più del dovuto e poi se n’era andato com’era venuto. Silvia non aveva fatto in tempo ad apprendere nulla da lui, rispetto a ciò che accadeva fuori dalla casa. Sperava di recuperare il tempo perduto grazie ai due ragazzi. Si voltò verso di loro, in quel momento erano intenti a controllare ancora quei piccoli schermi tascabili. O, per lo meno, nutriva la speranza di riuscire a comprendere cosa diamine fossero quegli oggetti che sembravano così importanti e fondamentali nell’arco delle giornate.
«Ma me la vuoi dare una mano?» domandò Romina, dalla cucina.
«No, fai tu, sei più brava» rispose dal divano lui, mano stretta sul collo di una bottiglia di birra, immagini di sport nello schermo a colori.
Silvia aleggiò davanti all’uomo. Gli anni era passati, ma sembrava che questa problematica non fosse ancora stata risolta. Da quando i due si erano trasferiti, non aveva mai visto Giulio sollevare un dito per le faccende di casa. Romina cucinava, puliva, sparecchiava, faceva tutto insomma. Entrambi lavoravano però, da quel che aveva capito. Lui era impiegato in una compagnia di assicurazioni, lei era commessa in un negozio di articoli per animali. Quando lei era viva, faceva la centralinista. Non aveva coscienza di quanti anni fossero passati, era diventato tutto fumoso, ma ricordava ancora il suo posto di lavoro. Uno stanzone illuminato fiocamente, straripante di apparecchiature e giovani ragazze che ripetevano un copione giorno dopo giorno. Erano proprio bei tempi, pensava Silvia. Almeno aveva ancora la possibilità di sentire il sapore di un gelato.

Silvia aveva capito dopo un’attenta analisi dell’utilizzo che ne facevano i due ragazzi che i piccoli schermi erano delle specie di telefoni particolarmente avanzati. Li aveva sentiti parlare con altre persone. Chissà se anche per quei collegamenti moderni esistevano delle centraliniste. Qualche volta aveva visto addirittura comparire nello schermo il volto di una vecchia donna e sembrava che Giulio e Romina parlassero direttamente all’altra persona, come se ce l’avessero proprio di fronte. Inoltre, e questo l’aveva sconvolta in maniera particolare, i due facevano delle domande ai dispositivi i quali orrore! rispondevano, fornendo alcune informazioni oppure raccontando delle barzellette di dubbia qualità.
Silvia aveva anche afferrato e interiorizzato l’idea che ciascuno dei due aveva il proprio smartfon, come li chiamavano loro. Giulio ne aveva uno completamente nero, mentre Romina uno con il dorso bianco. Per il resto a Silvia sembravano del tutto identici. Comunque sia, una notte, mentre la ragazza era in bagno a lavarsi i denti, Silvia vide Giulio afferrare il dispositivo bianco. Lo studiò mentre armeggiava, strisciava il dito sullo schermo, si bloccava e corrugava la fronte.
«Chi è questo Francesco?» disse a gran voce mettendosi a sedere sotto le coperte del letto.
La ragazza attraversò la soglia, chiudendosi la porta alle spalle.
«È un nuovo collega. Perché?»
«E questo nuovo collega ti manda un cuoricino?»
«Dai, non sarai mica geloso. L’ho aiutato con il capo, era solo un ringraziamento.»
«Non va bene.»
«Non va bene cosa, aiutare i nuovi colleghi a sopravvivere nel mondo del lavoro?»
Giulio rimase in silenzio.
«Sai cosa non va bene, invece? Che tu abbia frugato nel mio telefono.»
«A quanto pare avevo ragione a farlo.»
«Stai travisando completamente. Dormiamo, non mi va di parlare di quest’assurdità.»
Silvia li osservò distendersi a letto, distanti. Non aveva ben capito cosa significasse mandare cuoricini.

Una sera Romina rincasò un po’ più tardi da lavoro. Ormai Silvia era entrata in sintonia con i ritmi della coppia, seguendo le lancette sul grande orologio nel salotto riusciva a intuire quando sarebbe rientrato l’uno o l’altra. Quella sera la ragazza arrivò un’ora più avanti del normale. Traffico? Straordinari a lavoro? Qualunque cosa fosse successa fuori dalla porta principale, per lei era impossibile saperlo.
«Dove sei stata?» chiese Giulio, appena la vide entrare.
Era seduto sulla poltrona, le mani posate sui braccioli, lo sguardo teso verso la ragazza.
«Sono andata a prendermi un aperitivo con i colleghi dopo lavoro.»
«C’era anche quel Francesco?»
«Sì, c’era anche lui. Ti ho mandato un messaggio comunque, non l’hai visto?»
«Sì, l’ho visto.»
«E allora dove sta il problema?»
«Il problema sta nel fatto che la prossima volta me lo chiederai prima, siamo intesi?»
Silvia vide la ragazza bloccarsi, bocca spalancata, le mani a mezz’aria mentre cercava di appendere la borsetta all’appendiabiti. La osservò concludere il gesto, girarsi verso il muro dando le spalle all’uomo.
«Chiederti prima cosa?» domandò, voltandosi di nuovo.
«Il permesso, mi dovrai chiedere il permesso. Prima.»
«Cosa? Ma stai scherzando o cosa?»
«Mai stato più serio in vita mia.»
«Non riesco a credere alle mie orecchie.»
«Credici, allora, perché non te lo ripeterò di nuovo.»
«Altrimenti?»
La domanda cadde nell’aria. Silvia voltò lo sguardo dall’uno all’altra, si stavano fissando in silenzio, senza muovere nemmeno un muscolo. La prima a cedere fu Romina, abbassò la testa e andò a passi veloci il bagno. La seguì, attraversando la porta dietro di lei. La vide sedersi sopra il water e prendersi la testa nelle mani.

C’era qualcosa di nuovo nell’appartamento. Giulio stava cucinando. Giulio non cucinava mai. Eppure era lì, a far avanti e indietro tra fornelli e piano di lavoro, gettando un’occhiata di tanto in tanto sul telefono appoggiato alla parete. Nello schermo era presente il testo di una ricetta. Silvia aveva almeno tre o quattro idee per cambiarla e renderla migliore, ma il ragazzo seguiva alla lettera le indicazioni che erano riportate nel testo. Non riusciva nemmeno a capire il senso di tutto ciò, perché Giulio stava cucinando?
Lo vide sfornare la teglia e posarla sui fornelli. Controllò da sopra la sua spalla mentre lui confrontava il risultato con le fotografie presenti nella ricetta. I due piatti erano completamente diversi.
«Perfetto!» esclamò soddisfatto Giulio.
Silvia aveva ben altro concetto di perfezione culinaria, ma se andava bene a lui chi era lei per opporsi?
La ragazza rientrò poco dopo, di nuovo in ritardo, e Silvia non mancò di notare come Giulio non chiese nulla a riguardo. Anzi, andò ad accogliere Romina alla porta sorridendo, le prese cappotto e borsa, la abbracciò e la baciò. A giudicare dalla reazione della ragazza, anche lei era sorpresa tanto quanto Silvia.
«A cosa devo tutto questo affetto?»
«Che c’è, non posso essere gentile con la mia ragazza?»
«Sì, sì, immagino di sì.»
«Ho preparato le lasagne. Hai fame?»
«Hai preparato le lasagne?»
«Già.»
«Tu?»
«Io.»
«Non le hai ordinate a domicilio?»
«Per chi mi hai preso? Mi offendi!»
«Ti prendo per uno che non ha mai cucinato in vita sua, ecco per chi!»
«Su, su, non posso decidere di imparare un buon piatto per una persona speciale?»
Silvia vide la ragazza sorridere.
«Va bene, ok. Fammi assaggiare questa leccornia.»

Andò tutto in malora qualche mese dopo quel piatto di lasagne. Silvia svolazzava nel salotto, senza badare troppo alle azioni dell’uomo. Le piaceva prendersi un po’ di tempo anche per lei, per cercare di ricordarsi com’era prima di essere morta. Ricordava che c’era uno spasimante. Impacciato e timido, ma le piaceva. Carlo, le pareva che si chiamasse. O Giancarlo. Era passato troppo tempo. Rammentava che era alto e curava molto i suoi baffi.
«Ancora quel Francesco?» sentì gridare Giulio.
Fluttuò fino a lui. Aveva in mano il suo smartfon, ma c’era qualcosa di diverso. Nello schermo scorrevano immagini che Silvia era abituata a vedere nello schermo della ragazza. Vide comparire un messaggio di testo scritto da quel Francesco, la ringraziava per la giornata precedente e chiudeva con l’immagine di un piccolo cuore rosso. Subito dopo comparve la risposta di Romina, una faccina gialla con il sorriso. Non aveva idea di come fosse possibile, Silvia non capiva granché di quelle tecnologie, ma Giulio stava guardando il suo schermo vedendo in realtà lo schermo di Romina. Aveva senso?
Seguì l’uomo fino alla cucina, gli svolazzò intorno mentre lui posava il telefono sul tavolo e apriva un cassetto. Dal salotto venne il rumore della porta principale che si apriva e richiudeva.
«Sono tornata!»
«Vieni qui.»
Romina apparve sulla soglia, col volto corrugato.
«Cosa c’è?»
«Dov’eri?»
«A lavoro, poi un aperitivo veloce con i colleghi.»
«Cosa ti avevo detto sugli aperitivi?»
«Cosa? No, guarda, mi rifiuto di prendere di nuovo questo discorso folle
«Cos’hai fatto ieri con Francesco, eh?»
Silvia osservò la ragazza ammutolirsi e incrociare le braccia.
«Hai di nuovo guardato il mio telefono?»
Il silenzio scese tra di loro, poi sul volto di Romina si distese un’idea, negli occhi brillò la consapevolezza.
«Aspetta un momento. Il mio telefono ce l’ho io. Cosa hai fatto, mi hai installato una di quelle applicazioni spia?»
Giulio mantenne la bocca chiusa, senza distogliere lo sguardo dalla ragazza.
«Sai cos’ho fatto ieri con Francesco, eh? Lo vuoi sapere?»
«Sì. Lo voglio sapere. Voglio la verità stavolta.»
«Be’, l’ho coperto con il capo, aveva bisogno di prendersi un paio d’ore per aiutare sua madre con dei farmaci.»
Passò un secondo di silenzio.
«Oppure l’ho trascinato nel magazzino, gli ho abbassato i pantaloni e gliel’ho succhiato fino a riempirmi la bocca del suo sperma.»
Giulio non si mosse, non parlò, mentre Romina faceva un paio di passi in avanti, entrando nella cucina.
«Allora, Sherlock, quale delle due è la verità?» chiese la ragazza piazzandosi di fronte all’uomo.
Il ragazzo rimase ancora muto, i muscoli del volto contratti in una smorfia.
«Sai una cosa? Credo di non volerne più sapere di uno come te. Questa è la verità.»
Accadde tutto abbastanza velocemente, ma Silvia riuscì a distinguere l’inizio preciso: la mano di Giulio che andava al cassetto aperto e stringeva il manico di un largo coltello. La testa di Romina che seguiva il movimento, gli occhi che si spalancavano dalla sorpresa.
La ragazza diede un calcio in avanti, centrando in pieno Giulio in mezzo alle gambe.
“Bel colpo!” si ritrovò a pensare Silvia.
Il ragazzo si piegò in avanti, senza perdere la presa sul coltello. Romina ne approfittò per guadagnare l’uscita dalla cucina e fiondarsi in salotto.
«Dove… Dove scappi, troia?» bofonchiò Giulio, avanzando di qualche passo.
Si appoggiò alla soglia, mano stretta nel coltello.
«Non puoi scappare da me. Non puoi lasciare me!» urlò.
Silvia attraversò le mura e si spostò in salotto, mettendosi a lato della ragazza. Con lei guardò verso l’uomo, ghigno sul volto, la luce del lampadario che si rifletteva sulla lama del coltello.
«Tu sei pazzo, Giulio, fatti curare.»
Lui per tutta risposta scattò rapidamente, arma puntata in avanti in direzione della ragazza. Romina scartò di lato e colpì la mano del ragazzo, il tintinnio del coltello sul pavimento congelò il momento.
Giulio con l’altra mano colpì la ragazza in volto, Romina perse l’equilibrio e cadde a terra. In un secondo l’uomo era sopra di lei, ma prima di riuscire ad afferrarla lei riuscì a colpirlo con un pugno all’addome, divincolarsi e a rotolare di lato. Strisciò sulla pancia di qualche centimetro sul pavimento, poi il peso dell’uomo le si riversò addosso sulla schiena.
Silvia lo vide inginocchiarsi su di lei, con la mano sinistra afferrarle la chioma bionda tirandole indietro la testa, con la mano destra raccogliere il coltello da terra. Il rumore strisciante del metallo risuonò nel salotto.
“No! No! No!” pensò Silvia.
E fece quello che non avrebbe mai voluto fare. Aleggiò alle spalle dell’uomo, guardò davanti a sé e concentrò tutta la sua energia sulle mani, su dove avrebbero dovuto essere le mani, se fosse stata viva. Di fronte ai suoi occhi, le mani comparvero, smalto rosa come il giorno in cui era morta, poi fu il momento delle braccia e nel giro di un secondo Silvia aveva di nuovo il suo corpo, almeno fino all’ombelico. Esistere le stava richiedendo uno sforzo enorme e riusciva a concentrarsi solo fino alla pancia. Anche perché non aveva proprio tempo da perdere, per il resto poteva continuare a svolazzare, per fare quello che doveva fare non aveva bisogno delle gambe.
Afferrò Giulio e lo trascinò indietro.
«Cosa diavolo?» lo sentì dire mentre lo ribaltava a terra.
«Oh no, caro, nessun diavolo, solo me, Silvia, piacere di ucciderti» gli rispose, fluttuandogli sopra.
Nel suo volto vide passare tante di quelle emozioni che non riuscì a registrarle tutte. Fu sufficiente per fargli perdere il momento giusto, Silvia gli strappò il coltello e, impugnandolo con entrambe le mani, lo affondò nel suo petto. Il suono della carne lacerata le rammentò l’attimo della sua morte. Una lacrima le colò sulla guancia nuovamente corporea. Sotto di lei, sotto il corpo del ragazzo, una pozza di sangue si andava allargandosi. Nel viso di Giulio, la morte aveva fotografato un’espressione di stupore.
«Oddio, oddio, e tu cosa cazzo sei?» sentì balbettare dietro di sé.
Silvia si girò per guardare. Romina era strisciata a sedere qualche metro indietro, linee di mascara a segnare il volto. Guardava nella sua direzione con occhi allucinati.
«Mi chiamo Silvia, piacere di conoscerti finalmente, Romina.»
Doveva immaginare di non essere proprio un bel vedere. Un busto di donna di circa cinquanta anni a mezz’aria, con il cadavere di un uomo sotto di sé. Sentiva le forze esaurirsi poco a poco, non sarebbe riuscita a mantenere la forma ancora a lungo. Le faceva male, stare così. Un dolore che non sentiva da anni e anni, da quando era stata assassinata proprio in quella stanza. Tuttavia, doveva tenere duro ancora qualche secondo e rassicurare quella povera ragazza.
«Mi chiamo Silvia e sono stata uccisa in questa casa molto tempo fa.»
«Sei un… Un fantasma?»
«Sono semplicemente Silvia. Chi muore qui, vi rimane anche dopo la morte. Almeno finché non ci muore qualcun altro.»
Gli occhi della ragazza scesero al corpo di Giulio.
«Esatto, vedo che hai afferrato subito la faccenda.»
«Cosa significa tutto questo? Io… Io non ci capisco nulla.»
«Se questo bastardo, perdonami il termine, fosse morto non per mano mia, io sarei stata libera di lasciare finalmente questo posto e sarebbe stato lui a essere condannato a rimanere qui. Ma non è andata così. Io ho, come dire, infranto le regole.»
«Per… Per me?»
«Per te, amica mia.»
«Io… Grazie. Oddio, sto parlando con un fantasma, sto ringraziando un fantasma. Sto sognando. Sto solo sognando.»
«Non stai sognando, piccola mia. E dobbiamo fare in fretta. A breve lo spirito di Giulio emergerà dal corpo, ma quello è un problema solo mio adesso. Dovrò conviverci finché qualcun altro morirà in questa casa, liberandoci entrambi.»
«E io?»
«Tu devi andartene. Vendi la casa. Vattene da qui. Non vorrei mai che anche Giulio imparasse a materializzarsi e decidesse di farti del male. Non credo che avrei di nuovo le forze per difenderti. Mi sto prosciugando già solo a parlarti.»
«Io… Io…»
«Non parlare, vai, ragazza.»
«Ci sarebbe mia sorella.»
«Vai da tua sorella. Vai e vivi la tua vita, tu che puoi.»
«Grazie, Silvia.»
«Non c’è di che.»
La osservò rialzarsi, afferrare cappotto e borsetta, passarsi un fazzoletto per pulire il trucco sfatto e poi uscire dalla porta principale. Silvia sospirò e rilasciò la tensione, tornando a essere di nuovo solo aria. Non avrebbe potuto resistere un secondo di più ormai. Era stato come essere uccisa ripetutamente in ogni momento.
Dietro di lei, ad altezza soffitto, una voce maschile parlò.
«Bene, bene, bene, cosa abbiamo qui?»

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