Pubblicazione

Convivenza forzata [Narrativa anti-coronavirus #01]

Narrativa anti-coronavirus

Questo racconto breve fa parte del progetto Narrativa anti-coronavirus: racconti gratuiti per superare la pandemia. Si tratta di un’iniziativa per distrarci, rilassarci un po’ e non pensare alla situazione in cui siamo. Per divertirci, anche. Tutti i racconti sono ideati, scritti e pubblicati durante queste giornate, appartengono a generi diversi, ma come elemento costante hanno l’ambientazione: sono tutti ambientati entro i confini di una casa.
Piccolo disclaimer: a causa della rapidità di scrittura e pubblicazione sul sito, nei racconti possono esserci imprecisioni, refusi e quant’altro. Me ne scuso, cercherò di sistemarli nelle revisioni future. Spero possiate comprendere la situazione.

Se questa storia dovesse piacerti e l’idea di questo progetto ti sta intrigando, condividi il racconto sui social e con le persone a cui tieni!

Per rimanere sempre aggiornato sulle nuove uscite dell’iniziativa puoi iscriverti al feed del blog, seguire l’etichetta Narrativa anti-coronavirus oppure seguirmi su FacebookTwitter e Instagram!

Detto ciò, ti lascio al racconto di oggi, lo trovi sia in formato eBook che in formato testuale!

CONVIVENZA FORZATA

SCARICA GRATUITAMENTE IL RACCONTO (FORMATO ZIP CONTENENTE PDF, EPUB E KINDLE/MOBI)

«Non ce la faccio più.»
«L’hai detto anche ieri.»
«Eh sì, ma oggi è pure peggio. Dai, ma tu come diavolo fai?»
«Non so, tipo non lamentandomi?»
«La fai facile, ma intanto siamo chiusi qui dentro. Senza poter uscire.»
«Lo so, Sam, non è facile. Ma se usciamo lo sai cosa ci succede, no?»
«Ci arrestano?»
«Esatto. Be’, sempre che ci trovino. Ma perché rischiare?»
«Che palle, Matteo. Che gran rottura di palle.»
«Sapevi che sarebbe andata così, dai. È solo questione di tempo. Non fare la bambina.»
«La bambina? La bambina? Ma vattene un po’ a quel cazzo di paese, capo
Samanta si alzò dal divano, scattando con la stessa velocità dei pupazzi a molla dentro le scatole. Senza degnare di uno sguardo Matteo e pestando i piedi più del dovuto, varcò l’arco di pietra che separava la zona giorno da quella notte. Proseguì lungo il corridoio fino in fondo, spalancò la porta della camera da letto e la richiuse alle sue spalle, cercando di fare più rumore possibile.
«Problemi?» domandò dal letto Luca.
«Non lo sopporto più. E non sopporto più questa cazzo di casa!»
«Calmati, Sam. Qui è sicuro. Pulito. Ci serve questo posto.»
«Lo so, lo so. So tutto, dannazione, ma non è che sapere le cose ti renda tutto improvvisamente più facile.»
«Lo capisco…»
Samanta andò a sedersi sul bordo del letto, spostò alcune ciocche dei capelli neri dietro le orecchie, poi si sforzò di sorridere verso l’uomo riccioluto sdraiato sopra le coperte.
«Tu come fai a non impazzire?» gli domandò, abbassando il tono della voce.
«Non so, per ora sto leggendo questo libro trovato di là.»
«Di cosa parla?»
«Un poliziotto cerca di scoprire l’assassino di alcune ragazzine.»
«Ah.»
«Dovresti trovarti qualcosa da fare mentre restiamo in casa, Sam. So che questa convivenza forzata non aiuta, ma è per il nostro bene.»
«Lo so, smettetela di ripetermi cose che già so!»
«Ok, ok, calma. Cercavo solo di aiutare.»
Samanta accavallò le gambe, con le mani tirò un po’ la lunga gonna per sistemarla meglio. Sospirò, guardando la sua immagine riflessa nello specchio dell’anta dell’armadio. Quanto avrebbe voluto essere da un’altra parte, con un bel vestito da sera, a scoprire cosa aveva da riservarle la notte.
«Scusa, Lu. Scusami, è che non sono fatta per restare in casa.»
Appena avvertì la mano dell’uomo sulla sua spalla si sentì meglio. La sua presa gli faceva sempre quell’effetto. Si era alzato a sedere sul letto, tenendo il segno della lettura con l’altra mano.
«Nessuno di noi lo è. Siamo intraprendenti, caparbi, testardi. Vogliamo azzannare il mondo.»
«Bella questa, l’hai letta nel tuo libro?»
«Non rivelerò mai le mie fonti, amica.»
«Amica…»
«Sai che non…»
«Sì, sì. Tranquillo.»
I loro sguardi si incrociarono per un attimo. Si perse nell’azzurro chiaro degli occhi di Luca, si rilassò alla loro visione.
«Non gliel’hai ancora detto, vero?» domandò lui.
«No.»
«Quando hai intenzione di farlo?»
«Non lo so. È così difficile. Ogni volta che sto per dirglielo, mi blocco.»
«Posso immaginare, piccola. Se vuoi, possiamo farlo insieme, te l’ho già detto. La proposta è sempre sul piatto.»
«No, grazie, è una cosa che devo fare da sola. Glielo devo.»
«Va bene, è giusto.»
«Lo farò presto, te lo giuro. Dopo che questa situazione sarà finita.»
«Dopo?»
«Sì, promesso. Dopo che ci saremo spartiti il bottino e ce ne saremo andati da questo buco di casa del cavolo.»
«Va bene, Sam, va bene, odi questa casa, l’abbiamo capito. Ma ci permette di starcene al sicuro mentre le acque si calmano.»
«Lo…»
«Lo sai, lo so. Tranquilla. Relax.»
La sua mano prese a scenderle piano sulla schiena, attraverso il tessuto della maglietta ne percepiva la delicatezza.
«Che vita di merda, quella dei ladri, eh?»
«Insomma, ha anche i suoi lati positivi.»
Sorrise di rimando al suo sorriso. Non ricordava più quando era stata l’ultima volta che erano riusciti a trovare il tempo per fare l’amore. Le mancava tantissimo.

Matteo continuava a girare la pasta dentro la pentola, anche se non ce n’era alcun bisogno. Guardando l’acqua bollire e le penne agitarsi come se fossero b-boy a un raduno hip hop, cercava, senza successo, di capire come risolvere una volta per tutte la situazione in cui si era andato a cacciare. In realtà non riusciva a far altro che pensare di essere proprio in una posizione di merda.
In una casa sicura che aveva scelto lui, dopo un piano che aveva orchestrato lui, con i rischi che si era assunto lui, a causa dei debiti che aveva contratto lui. Debiti che pesavano come macigni sulla sua testa. Senza i soldi che doveva loro, i russi lo avrebbero di certo ucciso. Alla fine di qualunque altra cosa avessero in mente di riservargli per fargliela pagare, ovviamente. Il problema nasceva dal fatto che il colpo aveva sì fruttato proprio i soldi di cui era debitore, ma i russi gli avevano fatto anche intendere, poche ore dopo la rapina, di essere in qualche modo venuti a conoscenza di tutto e di volere subito i loro soldi. Tutti. Peccato che per poterglieli dare, Matteo avrebbe dovuto prendere non solo la sua parte, ma anche quella di Samanta e Luca. La sua ragazza e il suo quasi fratello. Loro non sapevano di aver a che fare con un morto che cammina, come avrebbe mai potuto dirglielo? Avrebbe significato anche spiegare il perché si era indebitato. No, no, non poteva assolutamente parlarne con loro. Allora come avrebbe potuto fare? Come poter rubare a dei ladri?
Assaggiò una penna, non fece quasi caso alla consistenza, poi scolò tutto e condì con dell’olio aperto da chissà quanto tempo. Spartì la pasta a casaccio nei tre piatti. In mezzo al tavolo spiccava una ciotola sbeccata con dei pomodorini dal colorito spento.
«È pronto in tavola!» urlò.
Aveva già mangiato qualche boccone, quando i due arrivarono dal corridoio. Samanta andò a sedersi al suo posto senza guardarlo, rivolgendo lo sguardo verso la finestra, anche se c’erano le tende tirate a coprire l’esterno. Luca prese con sé il piatto e si lasciò cadere nella grande poltrona verde.
«Aaah, la cena dei re! Grazie, capo.»
«Lo sai che non c’è bisogno di chiamarmi capo.»
«Certo, certo, capo.»
Matteo sorrise all’amico. Non riusciva a mandare giù il boccone, pensando a quante ne avevano passate insieme. Si conoscevano dalle scuole medie, avevano condiviso praticamente tutta la maledetta vita fino a quel momento. Incredibile, a pensarci. Deglutì, sforzandosi di non apparire teso.
«Dobbiamo parlare.»
«Di che?» chiese Luca.
«Dell’uscita da questa casa.»
«Oh, ecco, finalmente qualcosa di interessante! Quando ce ne andiamo?»
«Ho fatto un giro di telefonate ai nostri contatti fuori. Secondo loro la situazione si sta calmando. Domani potremmo dividerci i soldi e poi andar via da qui.»
«Separarci come al solito e stare lontani tutti e tre per un paio di settimane?»
«Sì, Lu, così.»
«Domani, e che cazzo, non potevi dirlo prima?» esclamò Samanta afferrando un pomodoro che aveva avuto la sfortuna di esserle stato troppo vicino.
Matteo non sapeva come risponderle. Prese tempo infilandosi in bocca un po’ di pasta. Non aveva idea di cosa dirle, dato che aveva deciso proprio in quel momento di risolvere la situazione l’indomani.
«Ho chiamato dopo che te ne sei andata di là. Fino a poco fa non avevo abbastanza informazioni per farvi questo discorso.»
«Va bene, Mat, ci fidiamo di te, come sempre.»
Matteo seguì con lo sguardo l’amico mentre si spostava dalla poltrona al divano, lasciandosi alle spalle il piatto vuoto e facendo comparire in mano, da non si sapeva bene dove, un libro.
«Riuscirai a finirlo prima di dover andare via?» gli chiese.
«Mmh, no, credo di no. Lo continuerò la prossima volta.»
«Non scoprirai mai chi è l’assassino, Lu, chissà quando sarà la prossima volta che faremo un colpo» commentò Samanta, prendendo in mano l’ultimo pomodoro.
«Allora vorrà dire che andrò in quel posto magico chiamato libreria e me ne comprerò una copia» ribatté lui, facendo poi spuntare la punta della lingua tra le labbra.
Matteo si alzò da tavola, andò in giro per la stanza recuperando le cose sporche e iniziò a lavarle. L’acqua fredda dal rubinetto scorreva sulle sue mani, ma quasi non la sentiva. Era concentrato sul pensiero che Samanta era andata tremendamente vicina alla realtà. Di rapine, loro tre insieme, non ne avrebbero più fatte.

Era così immerso nel giallo delle ragazzine uccise a colpi di bisturi che non si era nemmeno reso conto di essere rimasto da solo in soggiorno. Guardò l’orologio sopra l’arco, indicava circa mezzanotte. Matteo e Samanta dovevano essere già andati a letto da un pezzo e ovviamente lui non aveva idea di quando fosse successo. Si alzò, posando il libro sul tavolino in vetro a lato del divano e andò ad affacciarsi sul corridoio. La porta del bagno era aperta, quella della camera chiusa. Nessun segno di luci accese all’interno.
“Meglio così” pensò, andando verso lo zaino poggiato al muro del disimpegno di ingresso della casa.
Frugò nella tasca nascosta, una piccola chicca del marchio a cui si era affidato, specializzata in zaini e borse anti-furto. Le curiosità della vita, un ladro con uno zaino anti-ladri.
Prese in mano il cellulare, la luce verde del display gli illuminò il volto. Digitò il numero a memoria e attese.
«Pronto?» risposero dall’altro lato.
«Sono io. È per domani.»
«Sicuro?»
«Sicuro. Vi manderò un SMS con i dettagli quando sarà il momento esatto.»
«Perfetto. Allora…»
«Ricordatevi del patto che abbiamo fatto.»
«Non si preoccupi, a lei e alla ragazza non siamo interessati.»
«Siamo d’accordo allora.»
«A domani.»
Riagganciarono e Luca sentì montare dentro di sé l’agitazione che aveva sempre rimandato. Ne aveva accarezzato la forma, assaggiato il sapore, consapevole che prima o poi avrebbe dovuto fronteggiarla. Aveva tergiversato, ma ora non poteva più tirarsi indietro. Il giorno dopo era quello della verità, in un modo o nell’altro. Sperava solo di aver preso la decisione giusta. O meglio, la più giusta, date le circostanze. L’avrebbe scoperto l’indomani, l’avrebbero scoperto tutti loro.

Quando si svegliò, era da sola a letto. Non si stupì più di tanto, si sollevò a sedere cercando i vestiti con cui coprirsi. Li raccolse dal pavimento, scrollò un paio di volte più per abitudine che per reale convinzione di togliere così qualche granello di polvere. Una volta vestita, sbadigliò e uscì dalla stanza. Il bagno era chiuso, mentre attraverso l’arco vedeva già Luca muoversi da una parte all’altra della cucina. Aveva preparato la colazione. La pancia di Samanta brontolò, desiderosa.
Raggiunse il tavolo, caffè, fette biscottate e marmellata disposte ordinatamente davanti alle tre sedie.
«Buongiorno, sei uno splendore oggi» la salutò Luca.
«Sì, come no, buonanotte.»
Sentì la porta del bagno aprirsi, poco dopo sotto l’arco apparve Matteo, mani sui fianchi, odore di doccia nell’aria.
«Ciao a tutti.»
«Ciao, Mat.»
«Buondì.»
Colui con cui ormai divideva solo il letto iniziò a mangiare. Il rumore croccante delle fette giunse fino a lei.
«Oggi è il fottuto gran giorno, eh?» chiese ai due uomini.
«Andremo via da questa casa pieni di soldi, quindi direi di sì, è il fottuto gran giorno, ragazzi!» rispose Luca, battendo una mano sul tavolo.
«E tutto si sistemerà. Tutto andrà a posto» aggiunse Matteo.
Le parve di avvertire qualcosa di strano nel suo tono di voce. Da tempo in realtà faceva poco caso a lui, a quello che diceva, provava o diceva di provare. Però in quella frase colse una strappatura rispetto a tutte le volte che lo aveva sentito negli ultimi anni da che si conoscevano. Qualcosa, decise Samanta, non andava nel verso giusto. Forse Matteo aveva scoperto da solo di lei e Luca? Se così fosse stato, non aveva idea di quello che sarebbe potuto succedere.
«Esatto, andrà tutto bene e saremo sopratutto molto ricchi!» concluse Luca, buttando giù il resto del caffè dalla tazzina.

Sul tavolo aveva posato la grande sacca nera in cui aveva nascosto le banconote. Tirò la zip, rivelando all’interno i mazzetti arancioni e verdi. A uno a uno li tolse dall’interno, impilandoli in tre parti uguali. Quando finì richiuse la sacca e la gettò di lato.
Matteo si spostò verso la cucina, prendendo il coltello dalla lama più larga che riuscì a trovare. Era decisamente arrivato quel momento. Si girò, lasciando la lama nascosta dietro la schiena.
«Ehi, i soldi sono qui che vi attendono!» gridò nella stanza vuota.
Arrivarono subito, Samanta in uno svolazzare di gonna, Luca precipitandosi al punto da scivolare leggermente a causa della suola delle scarpe.
«Wow, che bell’immagine, capo!»
«Incredibile, finalmente» mormorò Samanta avvicinandosi al tavolo.
Matteo se ne accorse subito. La ragazza aveva abbassato di poco lo sguardo verso la sua mano nascosta, quella che stava stringendo con decisione il coltello. Lei aveva guardato il braccio, poi lo aveva fissato negli occhi mentre si spostava verso i soldi. Doveva aver capito.
«Ma… Cosa hai lì dietro?» gli domandò, giunta dietro la sedia in cui di solito prendeva posto.
Matteo espirò tutta la tensione accumulata, rivelando l’arma.
«Ehi, ehi, Matteo, cazzo fai con quello? Calmo, eh, siamo tutti amici qui.»
«L’hai capito, vero?» domandò Samanta.
«Ho capito? Ho capito che cosa, Sam?» ribatté lui, ignorando l’amico.
«Di me e Luca. Della nostra relazione.»
Questo decisamente non se l’aspettava. Aveva visualizzato nella mente la scena così tante volte, ma in nessuna versione aveva contemplato quello che la ragazza, la sua ragazza, gli aveva appena detto.
«Ti scopi Luca?», chiese alzando di un poco la voce, poi voltò lo sguardo verso l’amico «Ti scopi la mia ragazza?»
«Non dovresti arrabbiarti perché ci ho fatto sesso. Dovresti arrabbiarti perché lo amo» rispose Samanta, gli occhi velati e liquidi.
«E tu non hai nulla da dire?» urlò Matteo puntando il coltello nella direzione dell’uomo.
«Io… Mi dispiace, davvero. Non posso dirti altro se non questo. E sono sincero.»
Matteo scosse la testa. Si passò una mano sulla fronte, poi ci si appoggiò al ripiano di lavoro della cucina. Tutto questo complicava maledettamente le cose. Intere giornate di ipotesi, congetture e valutazioni sprecate, mandate a quel paese. Un pensiero, nella nube di collera che stava montando dentro, però emerse limpido: tutto questo in realtà gli semplificava enormemente le cose. Tutta la rabbia che sentiva dentro di sé, la ferita apertagli di fronte agli occhi, andava pian piano sostituendo quel senso di colpa che aveva iniziato a prendere le misure del suo corpo, in attesa del momento in cui avrebbe agito davvero. Aveva tutte le motivazioni del mondo ora per fare quello che doveva fare. O no?
Stringendo il manico del coltello fino a sbiancarsi le dita, scattò in avanti in direzione della ragazza.
«Fermo, ehi, fermo!» urlò Luca alla sua destra.
Non si fermò, si lanciò verso di lei, affondandole il coltello nella pancia. Ebbe un flash, l’immagine del suo corpo nudo, del piercing all’ombelico, di tutte le volte che aveva baciato e accarezzato quel frammento di pelle che le aveva appena squarciato e da cui ora iniziava a colare sangue caldo. La guardò negli occhi, una lacrima le scese lenta attraverso la guancia. Sentì la presa delle mani di Samanta attorno alle sue, ma fu un attimo, Matteo estrasse il coltello e la osservò cadere all’indietro. Mentre la guardava tamponare la ferita con le dita ripensò per un momento a tutte le volte in cui quelle dita lo avevano accarezzato. E a tutte le volte in cui, sicuramente, avevano accarezzato il corpo di Luca.
Proprio con quell’immagine in mente, Matteo venne afferrato da dietro.
«Bastardo! Non potevi solo urlarle contro? Sei un fottuto assassino!»
La presa era forte, ma nella voce dell’amico sentiva il dolore. Percepiva le lacrime che stava versando. Provò a divincolarsi, per approfittare di quella sofferenza, ma Luca non si fece sopraffare. Anzi, Matteo capì che non riusciva più a tenere il coltello, perché l’altro stava cercando con tutte le sue forze di strapparglielo di mano. Cosa che, in effetti, riuscì a fare.
Coltello alla mano l’amico lasciò la presa da dietro, permettendogli di allontanarsi di un passo e girarsi per fronteggiarlo. Non aveva mai visto il suo volto così sconvolto, così ferito. Però lo conosceva bene, sapeva come avrebbe agito. Attese proprio fino all’ultimo e quando Luca tentò l’affondo, Matteo scartò di lato, gli afferrò il polso e lo torse fino a fargli perdere la presa sul manico. Il coltello tintinnò a terra.
Si gettò subito a raccoglierlo, mentre l’amico, tenendosi il polso, fece qualche passo in direzione del corpo di Samanta. Si muoveva ancora, il sangue si stava allargando sotto di lei. Matteo inquadrò la scena solo per un istante perché poi rivolse l’attenzione alla schiena di Luca. Proprio lì in mezzo piantò il coltello.
Crac.
Davanti a lui Luca cadde, come se le gambe gli fossero state cancellate all’istante. L’urlo che quel giovane lanciò nell’aria gli sconquassò i timpani. Il suono più brutto che avesse mai sentito. Matteo iniziò a piangere, in silenzio, senza sussulti, guardando dall’alto in basso un compagno di vita e la ragazza con cui credeva che sarebbe invecchiato. Nel velo delle lacrime, si accorse solo marginalmente che Luca si stava rigirando sul pavimento, con le braccia contorte verso la schiena, verso il manico che spuntava dalla carne.
Pop.
Quel suono richiamò la sua attenzione. Con la manica della maglia pulì gli occhi e mentre lo faceva qualcosa di freddo e violento affondò dentro di lui, all’altezza delle caviglie. Luca gli aveva appena reciso i tendini dei piedi.
Gridò, crollò sulle ginocchia, poi a terra, faccia in giù. Un peso si concentrò a metà della sua schiena, il braccio dell’amico che lo teneva fermo, bloccato sul pavimento.
«Muori! Muori! Muori!»
Sentì la lama entrare e uscire, entrare e uscire, entrare e uscire. Con le ultime energie ebbe la possibilità di guardare in direzione di Samanta, registrò mentalmente che si muoveva ancora. Le coltellate continuarono, ne perse il conto, sentiva solo la rabbia primitiva dell’uomo con cui era cresciuto e che ora lo stava uccidendo.
«Muoriii!»
Matteo si sentì vuoto. Tranquillamente vuoto. Non se lo fece ripetere di nuovo, un velo nero calò di fronte a lui.

«Muori! Muori!»
Luca continuò a colpire, pur sapendo che non c’era più nulla da togliere a quel corpo. Sputò, estrasse la lama dal cadavere di Matteo e la gettò verso destra. Un urlo gli uscì dal profondo della gola, un unico suono prolungato, così intenso da risucchiargli da dentro tutto ciò che aveva o pensava di avere. L’addome si contrasse in uno spasmo, mentre le spalle si inarcavano. Crollò a terra, sporcandosi del rosso che si era diffuso dappertutto.
Strisciò lasciando una traccia dal tavolo fino all’ingresso. Disperato, tossendo sangue, snocciolando imprecazioni, riuscì ad afferrare lo zaino. Aprendolo non riusciva a distinguere più le tasche, l’organizzazione interna, cosa ci fosse dentro. Tastò fino a trovare quello che cercava. Lo tirò fuori e selezionò l’ultimo numero nel registro delle chiamate.
«Pronto?»
«Ora… Cazzo, venite ora!»
«Ci aspettavamo un SMS, come da accordi.»
«Ho detto ora, per la miseria, sbrigatevi!»
Luca interruppe la chiamata, sui tasti del cellulare erano rimaste macchie rosse. Si trascinò sul pavimento, con la coda dell’occhio notò il coltello risplendere della luce del mattino, un raggio di sole era in qualche modo riuscito a filtrare attraverso le tende. Luca avanzò tirandosi con le braccia in avanti, il peso delle gambe morto dietro di sé. I ricci compressi dal sudore e dal sangue. Guardò in direzione di Samanta, si stava tenendo la ferita con le mani, si muoveva ancora. Era ancora viva. C’era tutto in quei piccoli movimenti che le vedeva fare.
Lui inspirò profondamente, raccolse le forze e poi tentò di procedere ancora, ma le braccia lo abbandonarono.
«No…» la voce rotta dal pianto «No, Sam…»
«Luca… Luca…» bofonchiò lei, ormai lontana chilometri.
Lui cedette sulle piastrelle del soggiorno. Tutto divenne grigio, con puntini luminosi sparsi qua e là. Cercò di rimanere concentrato, di pensare a lei, all’amore della sua vita, lì, così vicina, ma anche troppo lontana. Ci provò, la desiderò, aprì la bocca senza riuscire a emettere più alcun suono. Smise di provare. La testa gli scivolò sulle braccia a terra, gli occhi divennero il peso più grande mai sostenuto. Non riuscì a tenerlo. Mollò. Il suo ultimo pensiero fu per lei, per non essere riuscito a raggiungerla, a proteggerla, a viverla e amarla alla luce del sole.

Samanta si sentiva sempre più molle. La ferita pulsava da impazzire, del sangue le sgorgò dalle labbra. Il volto era solcato da righe di lacrime. Socchiuse un poco le palpebre, la luce del salotto le sembrava così fastidiosa in quel momento. Così violenta.
Nella penombra si sentiva meglio, da sola nel silenzio. Poi un fracasso esplose nel disimpegno, strappandola alla quiete, spalancandole gli occhi. Voci, grida, passi.
Una donna in divisa blu le arrivò sopra, gridò qualcosa poi poggiò forte una mano sulla ferita. Samanta non riuscì a trattenersi e le urlò in faccia il dolore che le stava spremendo fuori. Il momento passò, la donna aveva qua e là qualche ciocca di capelli che sfuggiva dal berretto d’ordinanza.
«Com… Come avete fatto a trovarci?» riuscì infine a chiederle.
«Il suo compagno, Luca Moretti, era un nostro informatore.»
«Un inf…»
«Sì, non si agiti. La voleva in salvo, ci aveva venduto Matteo Branchi in cambio. Ora non ci pensi, respiri, stia con me, guardi me, guardi me, forza, tenga gli occhi aperti.»
Obbedì, cercò di farlo per lo meno, rivolgendo lo sguardo alla poliziotta, la quale si era rivolta in direzione della porta principale dell’appartamento. Riusciva a distinguere sempre meno dettagli della donna e del soffitto, era tutto così offuscato in quella casa. Una nebbia stava calando nel soggiorno.
«Maledizione, quanto ci mette l’ambulanza?» tuonò la donna in divisa, continuando a tenerle premuta la ferita.
«Cinque minuti, hanno detto cinque minuti!» rispose una voce maschile, lontana, indistinta, dal disimpegno di ingresso.
«Cin… Cinque minuti…» mormorò Samanta, chiudendo gli occhi.

1 pensiero su “Convivenza forzata [Narrativa anti-coronavirus #01]”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...